La figura del cane nelle pellicole del grande schermo è cambiata nel corso degli anni? Ma soprattutto: i media possono cambiare la percezione che si ha di una razza canina? Evidentemente sì.



Negli ultimi decenni­­ è cambiato molto il rapporto uomo/cane, che vede quest’ultimo passare da “guardiano” a “amico” e componente fondamentale della famiglia. Ne abbiamo già parlato più volte sulle pagine di questo blog. Oggi affrontiamo l’argomento da un altro punto di vista: quello della cinematografia.

Partiamo da La gang dei Doberman film del 1972 diretto da Byron Chudnow. Come si intuisce già dal titolo, la gang dei Dobermann viene sapientemente e deliberatamente addestrata per compiere una rapina perfetta, guidata a distanza da speciali fischietti utilizzati in maniera diversa per ciascuno dei sei esemplari.





La pellicola vantava la colonna sonora di Alan Silvestri, musicista che diventerà poi un importante compositore di tantissime colonne sonore della produzione hollywoodiana tra cui la trilogia di Ritorno al Futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit e Forrest Gump. Il film nacque con un errore nel titolo La gang dei Doberman con una sola “N”. Il nome della razza in realtà non è altro che il cognome del suo “ideatore”, Friedrich Louis Dobermann. La produzione si rese conto dell’errore, che non si ripropose nei due sequel del film, La gang dei Dobermann colpisce ancora (1973) e Super colpo dei 5 Dobermann d’oro (1976), sempre diretti da Byron Chudnow. Addirittura nella pellicola Super colpo dei 5 Dobermann d’oro” erano presenti due star di Hollywood come Fred Asteire (il  celeberrimo ballerino) e Barbara Eden (protagonista della serie televisiva “Strega per Amore”).





La risposta al botteghino fu molto positiva e la diffusione del film contribuì al radicalizzarsi nell’opinione pubblica dell’idea del Dobermann come razza aggressiva e pericolosa. Nel caso specifico, il Dobermann nacque invece come razza da difesa e utilità, come il più famoso pastore tedesco. Nel film, questo aspetto caratteriale viene esasperato al massimo, costando al Dobermann la fama di “eroe negativo”, a differenza del suo cugino Rex a cui spettano principalmente ruoli da buono, pur avendo le stesse inclinazioni caratteriali. Quella di cattivo è un’etichetta che ancora oggi il Dobermann fa fatica a togliersi di dosso (un po’ quello che è successo di recente al pitbull ndr).

Se andiamo oltre la trama, La gang dei Doberman ci consente di vedere il lavoro di addestramento a telecamere spente fatto con i cani. Un’abilità notevole, che dimostra ancora una volta che il nostro amico a quattro zampe impara ciò che gli insegnamo.




PS: l’anno dopo l’uscita nelle sale de La gang dei Doberman venne prodotto La pattuglia dei Dobermann al servizio della legge (1973), con l’obiettivo di "riabilitare" la razza dalla cattiva fama acquisita in precedenza. Il tentativo non ebbe grande successo, tanto che le pellicole cult restano comunque le prime due sulla gang (il primo fu addirittura distribuito dalla Titanus ndr).